Laila Cresta: Narrativa d'autrice - BLOG DI ERATO : UN UOMO, UNA DONNA E ALTRE CREATURE.
La scrittura di Laila Cresta
Sono cresciuta fra brave persone e forse è un limite, per chi scrive… Mi han detto che, in un certo senso, anche i miei "assassini" sono brave persone!
In "Donne con le gonne lunghe" abbiamo imparato a conoscere una famiglia di donne forti e volitive: quella della zia Irene Brianti. Era la matriarca della famiglia De Angelis, quella della Bruna, l'amore di Ettore Cresta. Questa invece è la storia di Cicco e della Rita, i nonni della famiglia Cresta.
Con quest’opera, Laila Cresta ci regala un appassionante romanzo familiare che intreccia le vicende private alla grande storia, attraversando quasi un secolo di eventi. Quella che ci offre è la cronaca romanzata della sua famiglia contadina piemontese, i Cresta, le cui alterne fortune si intersecano con le guerre mondiali, il fascismo e la lotta partigiana, ma è anche e soprattutto il ritratto di una coppia tenace e anticonformista, Cicco e Rita, e della loro discendenza, presentati in queste pagine in tutta la loro umanità. La storia comincia con Giovanni, il padre di Cicco, un “carbonaro” valdostano d’origine elvetica, e uomo affascinante, beniamino delle donne. E' dotato di una cultura inusuale per la sua estrazione sociale: sa leggere e scrivere correntemente e parla bene l’italiano, il francese e il romancio, come tutti nel Cantone elvetico di cui la sua famiglia è originaria. Incarna perfettamente quella figura di autodidatta colto e appassionato di politica che sarà tipica di gran parte dell’antifascismo popolare. Il padre lo incoraggia a sposare la bella Amalia Barberis: è proprio il tipo di ragazza grande e forte che piace a lui, e gli farà otto figli. Il suo figlio maggiore, un giovane gigante che somiglia alla madre, è l'unico che sappia tenere sotto controllo la sua voglia di divertirsi e la sua passione per le donne. Tutti sapevano che avesse delle amanti e sua figlia Giulia raccontava che il padre fosse anche piuttosto abile nello scansare le fatiche: ad esempio, se era ora di portare a casa la paglia con la forca, lui aveva la zappa (perché diceva occorresse chiudere i fossetti per il passaggio del carro con la paglia), se era ora di tagliare le barbabietole, lui aveva la forca (e in questo caso gli serviva per spostare le foglie) ...
Mentre Cicco è a militare nei carabinieri, si innamora perdutamente di Rita, una ragazza di Vocemola (Arquata S.), con una famiglia tutt'altro che ricca, ma dalle vaghe pretese di nobiltà. Rita è bella, volitiva, sa di matematica e di italiano: incarna perfettamente la figura della donna moderna che comincia a diffondersi nei primi anni del Novecento. Sa perfettamente quello che vuole e ha un ruolo sempre attivo in tutte le vicende: è l’emblema, insomma, della “donna nova” (per dirla con la Montessori, che aveva una ventina d'anni più di lei) che proprio in quegli anni comincia a lottare per la propria emancipazione, e che appare come una voce fuori dal coro in un mondo ancora proiettato nel passato. Cicco è il prototipo del lavoratore dell'epoca, che comincia a rivendicare i propri diritti e non ha neanche paura delle Autorità: anzi, è stato anche "Carabiniere del Re", nel periodo del militare, ma solo per non lasciare la madre sola con altri sette figli, e con un marito giovane e un po' scapestrato. Com'era normale, allora, per i ragazzi che non potevano andare all'Università, i suoi figli diventarono P.I. e maestra. Naturalmente, Cicco (socialista non interventista) nel 1915 dovette anche andare in guerra, e "guerrafondaio" era l'unica "parolaccia" che imparò a usare. Nella classica foto di allora, con padre e figlio in divisa, pronti per la II guerra mondiale, Cicco aveva l'aria furiosa: anche suo figlio?!
Cicco e la Rita: verso il '900 - di Laila Cresta - Edizioni Youcanprint
ISBN |979-12-22700-72-4 14 euro
Sono cresciuta fra brave persone e forse è un limite, per chi scrive… Mi han detto che, in un certo senso, anche i miei "assassini" sono brave persone!
"Se pareba boves..."! Quanti di noi hanno letto questo vecchio indovinello, dove i "bianchi prati", gli "alba pratalia", sono le pagine su cui scrivere, i "boves" sono le dita che scrivono, e il "negro semen" che viene seminato è la fila delle parole che scorrono sulle pagine? Un racconto non è un romanzo, certo, ma non perché sia "meno", se non come quantità di parole. Un racconto è una breve finestra su un momento di vita, come un flash che illumini il buio per un attimo: pensiamo solo alla meraviglia dei racconti di Maupassant, o a quelli del Boccaccio, o dell'Aretino! Certo, questi racconti non sono capolavori come quelli, ma sono piacevoli ugualmente, davvero. Il teatro principale di queste "fabulae" è il Mar Ligure, che abbraccia anche le due meravigliose baie di Sestri Levante: su l'Isoa, la penisola che una volta era un'isola, le sirene sono sempre andate a cantare e a pettinarsi i lunghi capelli. Le loro canzoni raccontano storie di marinai: soprattutto di marinai tigullini, e naturalmente di marinai di Genova. L'istmo è piuttosto recente: apparve quando il geloso Nettuno volle punire il bellissimo tritone Tigullio dei suoi amori con Segesta, la più bella delle sirene. E' il braccio pietrificato del tritone che, adesso congiunge "l'isoa" alla costa.
Sono cresciuta fra brave persone e forse è un limite, per chi scrive… Mi han detto che, in un certo senso, anche i miei "assassini" sono brave persone!
Beau Rogers, fotografo, e Betta Acquarone, giornalista, devono occuparsi di un caso particolare: un cadavere senza testa che viene trovato in una discarica abusiva. E per Betta ritorna l’incubo del tentativo di stupro che ha subito qualche anno prima.
Un’esperienza terribile e violenta come quella, può condizionare qualsiasi ragazza, tanto che lei non riconosce neppure con sé stessa di poter essere attratta da un uomo: persino quando si tratta di un uomo giovane e bello che sembra proprio innamorato, come Beau Rogers, il fotografo britannico (ma di nonna genovese) della rivista per cui entrambi lavorano. Finché, i due, insieme, devono occuparsi di un caso particolare: un cadavere senza testa che viene trovato in una discarica abusiva. Nella storia, entrano anche la ragazzina afgana di cui il morto era innamorato, e una specie di bruto gentile: quello che ha salvato Betta, quattro anni prima. E quando i complessi della ragazza sembrano finalmente superati, la terribile esperienza che ha subito si ripropone di nuovo, complice anche una collega, infatuata del bel fotoreporter. Solo l’intervento di Rogers e del fratello di Betta riesce a impedire che un nuovo tentativo di stupro vada a buon fine, ma a lei sembra di non riuscire a superare il trauma, questa volta. Finché, una visita ai parenti di Beau sui bricchi di Genova, sembra davvero possa allontanarli l’uno dall’altra, anche grazie a una graziosissima cugina di Beau che rimane folgorata da lui.
Sono cresciuta fra brave persone e forse è un limite, per chi scrive… Mi han detto che, in un certo senso, anche i miei "assassini" sono brave persone!
Sylvia è una capinera: una ballerina, uno di quegli uccellini piccoli piccoli, dalla danza sincopata. Sylvia è una ragazza: una ballerina, con la danza affascinante della fanciulla destinata a diventare una étoile. Bloccata da una storia sbagliata, Sylvia ritrova sé stessa nell’amore per un grande artista, e nella danza che è la sua vita.
Dopo essere riuscita, a malapena, a liberarsi di un manipolatore narcisista che rischia di distruggerla, Sylvia si dedica alla sua arte: la danza. Falcon, che è un grande artista (ballerino, coreografo, musicista), ha una dozzina d’anni più di lei: si innamora di Sylvia, e la prende sotto le sue ali protettive. Cresciuto, coi genitori, in una Comune in Irlanda, Falcon è sempre vissuto per la danza: per lui, tante donne, ma è sempre solo sessualizzazione dell’amicizia, come da cultura hippie. E Sylvia non riesce a concepire la libertà sessuale degli hippie. Finché non capisce che da Falcon può accettarla, almeno finché lui è abbastanza preso di lei da non trattarla come una qualsiasi scopamica. Insieme, Falcon e Sylvia creano un balletto affascinante, tratto da una fiaba di Andersen: "I fiori della Piccola Ida". E la passione diventa amore.
Fortemente legata, nelle sue storie, dal proprio vissuto personale, Laila ha ambientato questa storia (oltre che al Bolshoi!) anche nella fattoria in cui sono nati e cresciuti il nonno e i suoi fratelli: la Torrevecchia, a San Michele di Alessandria, nel Monferrato.
Cap. I
Davanti alla finestra della grande cucina collettiva della Torrevecchia, quella che un tempo ospitava i lavoranti nella stagione del raccolto, c’era, e perfino toccava il davanzale, un grande ciliegio che aveva ancora sui rami qualche piccolo frutto, scuro e raggrinzito. Era un albero possente e ricco di foglie, e secondo Sylvia non era un ciliegio proprio come gli altri: si trattava invece di un albero particolare, come di un’altra specie, un albero di ballerine, o di sylviae. Guardando bene tra i rami, infatti, si potevano scorgere minuscoli nidi ormai vuoti. Gli uccellini non erano ancora partiti, e formavano un piccolo stormo disordinato che si muoveva a zig-zag, sia che volasse sia che zampettasse sul terreno. Anche Sylvia era una ballerina: pareva che i suoi genitori l’avessero chiamata come l’uccellino proprio perché avevano sempre saputo che avrebbe danzato. Ritirarsi per qualche giorno nella cascina in cui era cresciuto il nonno, per la ragazza era come proteggersi con le coperte sulla testa, come quand’era bambina, lasciandosi avvolgere dalla quiete di quel mondo dai ritmi antichi.
Prozii e cugini avevano sempre da fare, alla fattoria: naturalmente c’erano l’orto e i campi da curare, poi le mucche nella stalla, i bufali nel recinto al coperto, le anatre che sguazzavano nello stagno, i tacchini che passeggiavano tronfi col loro elegante ventaglio di coda, e la scrofa che grugniva nel suo stabbio affacciato sul dehors dei cuccioli! Così, per quanto tutti volessero bene a Sylvia, non avevano tempo per lei. Le sue estati, nella campagna riarsa, erano generalmente solitarie, ma in quella solitudine lei viveva una sua vita segreta, che si dipanava fra la sua mente e il suo cuore. Fin da bambina, Sylvia, ospite della prozia, aveva persino dovuto usare un po’ d’immaginazione per arrangiarsi con la prima colazione e con la merenda, in una libertà totale. Se era la stagione giusta, faceva una scorpacciata di frutta (che mal di pancia aveva avuto, con le nocciole!), altrimenti nell’orto c’erano pomodori succosi, carote dolcissime, pisellini teneri, mentre, fra le balle di paglia e di fieno, si nascondevano le uova che galline petulanti deponevano a casaccio: dopo che la prozia le aveva insegnato a bucarle con un spillo, lei aveva imparato a berle anche da crude, quindi non aveva bisogno di nessuno che gliele preparasse. Le galline della Torrevecchia erano libere, e tanto selvatiche da non poterle catturare con facilità: per trovare le loro uova, nella cascina se ne lasciava sempre uno come richiamo, negli anfratti che quelle usavano abitualmente per deporle. A Sylvia non erano mai state granché simpatiche, le galline! Erano animali prepotenti e aggressivi, e specialmente poi, se la prendevano sempre con quelle in difficoltà: la gallina sciancata dall’involontaria zampata di una mucca mentre dormiva nello strame, preferiva continuare a stare nella stalla, ed evidentemente si sentiva più al sicuro, nonostante tutto, che fra le sue sorelle. In un angolo, vicino alla porta che dava nella grande dispensa piena di salamini e di conserve, e di lì portava in cucina, c’era anche un refrigeratore/miscelatore, in cui il latte si rimescolava: era una golosità dal profumo dolce, ma bisognava bollirlo accuratamente prima di berlo, e quindi era fuori della sua portata. La prozia Giulia impilava per lei un materasso arrotolato e un cuscino sul pavimento della cucina. Con quelli, nella calda estate monferrina, la bambina che lei era stata si preparava un giaciglio sul pavimento: Sylvia era sempre stata tanto accudita e coccolata a casa propria, che dover pensare al proprio letto e alla propria merenda, lungi dal farle pensare di essere trascurata, le pareva una cosa insolita e divertente. Per lei era sempre stato davvero un gioco cercarsi da mangiare nei dintorni di quella fattoria che le sembrava un Paese di Bengodi! Sylvia alla Torrevecchia poteva mangiare qualsiasi cosa: al massimo, ad esempio per i frutti selvatici, cercava qualcuno che le confermasse il loro essere mangiabili. Nessuno la controllava, ed era così che si spiegavano gli occasionali mal di pancia la cui genesi lei non dimenticava mai: così anche quello diventava un gioco, e un gioco istruttivo. A casa di Sylvia, a Genova, a occuparsi dei bambini c’erano stati addirittura quattro adulti: i suoi nonni e i suoi genitori. Vicino a lei, c’era anche un fratellino che a volte poteva anche rugnare e rompere, ma che normalmente era il suo compagno di giochi: loro due si adoravano. Ai giardinetti e alla spiaggia poi, con lei c’era stata una bisnonna assolutamente unica: Sylvia era sempre divertita ma anche imbarazzata quando lei le cantava quell’istruttiva canzoncina parmigiana che dice:
Oh che gûst che piacer che cuccagna
cheg… in campagna!
Chi chega in tel cumun
nu
purà mai saver…
Certo la parte piemontese della sua famiglia non avrebbe mai cantato niente di simile! Giocando, a Sylvia piccina piaceva raccontarsi delle fiabe che s’inventava, e che lei viveva come in un suo teatro personale. Quando si metteva un grembiule della nonna come mantello, o in qualche modo simulava un vestito lungo, il nonno la chiamava madama ciauderna, o ciaudarnon, che chissà cosa voleva dire, e lei rideva, un po’imbarazzata. Il nonno c’era sempre, con lei alla Torrevecchia: lavorava nei campi attorno alla cascina, e questo bastava a farla sentire protetta. Prima ferroviere (e poi manovale in fabbrica, sotto la dittatura), ma nato contadino, il nonno diceva: "Il lavoro della campagna è il più bello e il più duro che c’è". Per Sylvia, il nonno era stato un grande amore.
Sono cresciuta fra brave persone e forse è un limite, per chi scrive… Mi han detto che, in un certo senso, anche i miei "assassini" sono brave persone!
Laila Cresta- Donne con le gonne lunghe - Narrazioni 29 - ISBN 9788825419054 Delos Digital - Anche in cartaceo per la Delos.
DONNE CON LE GONNE LUNGHE
Recensione della Dott. sa Giuseppina Lucia Capodici
linguista
Quando ho letto il titolo non immaginavo
che si parlasse di donne che hanno fatto parte della vita dell'autrice, ma l'ho
capito subito dalla prefazione, dove si nominava Bruna, una donna che ho conosciuto anch'io e
che ho potuto amare e apprezzare anch'io.
Normalmente alla fine di un romanzo si
legge che la storia è del tutto inventata, che i personaggi, i loro nomi e
cognomi e i fatti e le situazioni non hanno riscontro nella realtà, invece qui ho trovato persone, nomi e situazioni
reali, come reale è la loro storia .
E' innanzitutto la storia delle donne di
una famiglia, storia che si svolge tra la fine del secolo XIX e il XX con
un'apertura verso il XXI secolo, perché questo romanzo non ha una fine
classica. Ma questo “perché” lo dovrà scoprire il lettore.
Le donne con le gonne lunghe sono zia
Irene e le sue nipoti: Erminia, Zoella e Dirce, ma ci sono anche donne con
gonne meno lunghe, come Bruna, ma con lo stesso carattere forte, volitivo e
contemporaneamente dolcissimo. Donne che hanno amato e che sono state amate,
molto amate, donne che avevano un meraviglioso e modernissimo senso della
libertà delle donne, dei loro diritti, del rispetto dei loro sentimenti. E tutto nonostante due guerre mondiali, un
ventennio di dittatura e dei principi radicati nella società che non erano per
niente favorevoli alle donne.
La storia
comincia con zia Irene che non vuole figli perché ha visto troppe donne
giovani morire di parto, ed è felicissima quando sa che il marito è sterile,
eppure per tutta la sua vita farà da madre ai suoi nipoti e sarà una
madre affettuosa e sempre presente. Il marito, lo zio Eligio,
l'affiancherà sempre, ma nello stesso tempo resta sempre un po' dietro le
quinte. Del resto, questa è una storia di donne !
Le nipoti attraverseranno anche momenti
tragici, ma l'aiuto onnipresente di zia Irene le accompagnerà sempre.
Zia Irene è stata anche presente nella
vita dei pronipoti e delle pronipoti, e così la troveremo anche accanto alla
figlia di Dirce, la cara Bruna, e non solo, ma eccola ancora ai giardinetti con
la figlioletta di Bruna, che la considererà sempre come una presenza importante
nella propria vita.
Gli uomini della famiglia ruotano intorno
alle nostre donne, sia quelle con le gonne lunghe che quelle con le gonne un
po' più corte, ma un uomo, marito, papà in particolare entra da assoluto
protagonista nella saga familiare: Ettore, il marito di Bruna. Ettore che ha
partecipato, come Bruna, alla Resistenza, perché i principi di libertà e di
democrazia sono forti nei nostri personaggi: in tutti,
sia vecchi che giovani, sia uomini che donne.
E' una storia che potrebbe essere la mia e
di molte altre persone che, leggendo questo romanzo, possono ritrovare anche la
propria famiglia, così come è successo a me. Sicuramente molti crederanno,
leggendo, di essere anche loro protagonisti e condivideranno storie e sentimenti,
cambiando i nomi con quelli dei propri nonni, o genitori, o zii o cugini. Sarà
difficile uscire da questo romanzo, perché
ci troveremo dentro anche noi e ce lo porteremo con noi.
Per l'autrice è un romanzo senza la parola
fine e probabilmente lo sarà anche per noi.
Giuseppina Lucia Capodici
La Prefazione al romanzo, di Laila Cresta
Tanto per chiarire (Prefazione)
La Bruna, come dicevano a
Sestri Levante, era la mia mamma. È un’espressione considerata infantile,
ma, quando una mia compagna di scuola mi prese in giro perché dicevo la mia mamma
e non mia madre, e dovevamo dare la maturità, le risposi che lei,
poverina, aveva magari avuto una madre, ma che io avevo una mamma!
Lei tacque, ma abbassò la testa: nel suo sguardo c’era l’invidia.
La Bruna era una donna intelligentissima,
con un saldo e sicuro senso etico. Come tutte le donne di casa sua poi, era fatta
per fare la mamma: anche, la mamma! Era una donna minuta, elegante, piena
di grazia: mio padre ne era pazzo.
Durante la guerra, la Bruna aveva abitato
a Fontanellato (Parma), dove la sua famiglia era sfollata: il suo Ettore andava
a trovarla, da Sestri Levante, facendosi più di 150 km in bicicletta, e altrettanti per tornare. Era un coppiano!
Bruna amava molto Funtanlè, e la conosceva bene: su di essa conosceva tutte le storie che ne raccontavano gli abitanti. L’incipit del romanzo è appunto costruito su quello che la gente diceva, tra l’Ottocento e il Novecento, sulla bellissima Stufetta della rocca Sanvitale.
La Bruna aveva il dono di saper raccontare:
subito dopo la guerra, aveva anche pubblicato qualche racconto su Noi Donne, la
rivista dell’UDI, Unione Donne Italiane. Aveva fatto solo la V elementare: la
VI classe era già stata tolta da Mussolini. Non vi fidate mai di chi semplifica
i percorsi didattici! Non si fa neanche con gli handicappati (pardon, disabili,
dice l’attuale politically correct conformism), ma questo sarebbe un
altro discorso. Queste storie di famiglia me le raccontava lei, e a lei le
avevano raccontate la sua mamma, nonna Dirce, e zia Irene. Spero di far parte
di questa dinastia femminile, Irene, Dirce, Bruna, Laila, in modo non solo anagrafico
e genetico: spero di saper raccontare, come loro.
In questa storia, c’è la fine dell’800, con le prime luci elettriche e le prime auto,
ma anche coi bambini che morivano di malnutrizione e di polio (niente
vaccinazioni, in quegli anni), e ci sono anche le loro mamme, che le spazzava
via la febbre puerperale o la tisi. C’è una famiglia di donne forti e libere,
che sapevano amare. Ci sono i loro compagni, che si trovarono gettati nel
triste orrore della I guerra mondiale. C’è il ‘900, coi suoi sogni di un mondo
migliore, e con i suoi incubi di razzismo e di guerra. Ci sono i loro figli,
vittime del fascismo e di un’altra guerra. Ci pensavo adesso: le mie nonne
hanno visto partire per la guerra sia il marito che il figlio!
Soprattutto poi, c’è la Zia Irene.
L’appellativo Zia era come facesse parte
del suo nome, e tutta Sestri Levante (in cui si era trasferita dalla natìa
Fontanellato) la chiamava Zia. La Zia Irene è stata la matriarca della mia
famiglia, la zia e vicemadre di nonna Dirce, e poi la nonna dei suoi figli e dei
suoi nipoti, come me: le persone che hanno la fortuna di invecchiare sane di
mente e di corpo, e hanno intelligenza e senso etico, diventano leggende
familiari.
Zia Irene e le sue nipoti sono state donne
un po’ particolari: nella seconda metà dell’Ottocento, sapevano leggere (e
leggevano) senza mai essere andate a scuola; non accettarono mai, in nessun
caso, l’immorale propaganda bellica; pensavano che non ci fosse niente di
vergognoso nell’avere un bambino senza avere un marito (al massimo era da incoscienti,
per le difficoltà che comportava essere l’unica persona al mondo a pensare a
lui), ma che invece fosse inaccettabile abbandonarlo o trascurarlo.
L’800 della zia Irene non era quello
ufficiale, era quello della gente che cominciava ad acquisire una coscienza
sociale: suo marito votava per i Socialisti Unitari di Turati, lei naturalmente
non votava ed era anche offesa da questa interdizione. Comunque, anche se aveva
molta stima per la Kuliscioff, non avrebbe votato volentieri per Turati: era un
un posapiano, secondo lei!
Le sue nipoti erano donne molto oneste, ma
la loro onestà non era quella del perbenismo borghese: erano oneste nei
rapporti umani. Furono donne che amarono molto, e furono molto amate.
Questo libro ovviamente è per zia Irene,
per nonna Dirce, per mamma Bruna, e per tutte le meravigliose donne che hanno
fatto la storia della mia famiglia, ma anche per tutte quelle che, con loro e
come loro, hanno contribuito all’evoluzione morale e sociale di questo nostro
Paese.
Ancora una cosa: dovreste vedere la faccia
dei bambini, quando sentono la storia di Lo scemo e suo zio. Sono affascinati.
Per loro, le parolacce sono liberatorie, e lo sono ancora di più se chi le pronuncia
è la maestra! Pensate che nell’ultimo ciclo ho dovuto fare un patto coi
bambini: quella storia una volta sola l’anno, ma tutti gli anni! Naturalmente,
sono parolacce che riguardano solo i prodotti meno nobili del corpo
umano, parole che non si possono dire, come se la mamma non fosse tutta
contenta, quando il bambino la fa! Mi spiace solo che, come tutte le
fiabe popolari, per gustarsela bisognerebbe sentirla raccontare, non leggerla!
Un appunto: nel romanzo, generalmente i
nomi di persona sono autentici, ma i cognomi no, per questioni che riguardano (possiamo
dire) la privacy dei miei cugini.
Comunque, quello che ho voluto fare è
stato proprio fermare sulla carta questa leggenda: la leggenda di zia Irene.
Buona e, spero, piacevole lettura.
Laila Cresta
Sono cresciuta fra brave persone e forse è un limite, per chi scrive… Mi han detto che, in un certo senso, anche i miei "assassini" sono brave persone!
Ho un forte legame col territorio in cui sono cresciuta: Genova, Sestri Levante (Riviera Ligure di Levante), il “Paese dei Sembrò” (Vocemola di Arquata Scrivia), San Michele di Alessandria. Questi centri sono spesso protagonisti dei miei romanzi. Molti di essi li chiamo "Noir Azzurri", perché sono noir che si svolgono sul mare.
Ho insegnato ai bambini 42 anni, e, per una ventina d'anni, sono stati handicappati psicofisici, anche adulti: "disabili", o "diversamente abili", dicono adesso. Ho pubblicato (per la Delos Digital) il testo “LA NEBULOSA GRAMMATICA”, fatto coi bambini: ma anche per quegli adulti che, poverini, non sono mai partiti per il "Pianeta dei Grafemi". “La Grammatica fondamentale”, sempre della Delos, è un vero bestseller. Per questa Casa Editrice, ho pubblicato anche altri saggi: sulla poesia e sugli Haiku, per esempio. Per la Delos, ho poi pubblicato almeno una ventina di romanzi. Per me, scrivere è un divertimento vero.
Sono cresciuta fra brave persone e forse è un limite, per chi scrive… Mi han detto che, in un certo senso, anche i miei "assassini" sono brave persone!